Domande ricorrenti
- Com'è nata l'idea del Progetto di adozione a distanza “Agata Smeralda”?
- “Agata Smeralda”: che significato ha questo nome?
- Cosa vi siete proposti con questa iniziativa?
- Oggi sono molte le iniziative di “adozione a distanza”, in che cosa questo progetto si differenzia dagli altri?
- Quali sono state le difficoltà più rilevanti incontrate finora, in questi cinque anni di cammino? E quali le soddisfazioni?
- Talvolta c'è sfiducia e sospetto nei confronti dei progetti di adozione a distanza: cosa risponderebbe a uno scettico, che mette in dubbio il corretto utilizzo dei fondi destinati ai popoli in via di sviluppo?
Com'è nata l'idea del Progetto di adozione a distanza “Agata Smeralda”?
Il Progetto nasce per prima cosa da un'amicizia profonda con il Cardinale Lucas Moreira Neves, che conobbi nel 1975 a Roma, quando era Segretario del Pontificio Consiglio per i Laici. Una decina di anni fa, divenuto Arcivescovo di Salvador-Bahia, mi disse che fra le sue più grandi preoccupazioni di Pastore vi era il grave problema dei bambini di strada. Un numero enorme, costretto a vivere in una miseria disumana. Incominciai a pensare che qualcosa doveva essere fatto per aiutare queste creature. Nacque così l'idea del gemellaggio tra Firenze e Salvador-Bahia, siglato “in nome dei bambini” dai Sindaci delle due città. La visita di Giovanni Paolo II in Brasile, nell'Ottobre del 1991, ha posto di fronte all'opinione pubblica il problema drammatico dell'infanzia abbandonata in quella nazione. Proprio da Salvador-Bahia, il Santo Padre aveva lanciato un appello davvero accorato: “Tutti i bambini sono importanti, tutti. Non possono, né devono esserci bambini abbandonati. Né bambini senza famiglia. Né bambini, né bambine di strada. Non possono, né devono esserci bambini assassinati, eliminati con il pretesto di prevenire i crimini, segnati a morte”. Da qui è nato il Progetto Agata Smeralda.
“Agata Smeralda”: che significato ha questo nome?
Qualcuno pensa che si tratti di un nome brasiliano, ma non è così. Il nome del Progetto esprime molto bene le radici dell’iniziativa, radici della nostra terra e della nostra cultura, radici di accoglienza e di amore verso la vita. Ricordo molto bene quando per la prima volta ho sentito parlare di Agata Smeralda. Avevo forse sei anni. Mia nonna Emilia, una vecchia contadina cresciuta nelle campagne di Vicchio del Mugello, donna di fede, era solita raccontare ai suoi quattro nipotini delle bellissime novelle ricche di contenuto morale, che sempre riuscivano ad attirare l'attenzione di noi bambini. Secondo il racconto, la piccola Agata Smeralda sarebbe nata da una relazione tra un giovane e cattivo nobile fiorentino e una ragazza buona e bellissima, di lui innamorata, ma con il grave torto di appartenere ad una famiglia molto povera, che abitava in uno dei poderi dei giovane stesso, situati alla periferia di Firenze. Una gravidanza tenuta nascosta alle famiglie, con gravi minacce del nobile alla ragazza e non solo per farla tacere, ma anche per costringerla ad abbandonare la creatura non appena nata. Ricordo che, per noi bambini, il momento più drammatico del racconto era sempre lo stesso: quando quella povera mamma avvolta in una mantello di stoffa nera, in una fredda notte di febbraio, abbandonava fra le lacrime la sua bambina appena nata nella ruota dello Spedale degli Innocenti a Firenze. Soltanto da grande, studiando il Brunelleschi, insigne architetto di quello Spedale, appresi che la vicenda narrataci con tanto amore dalla nonna non era in realtà proprio cosi' come ce la raccontava. Infatti, i documenti storici ci dicono soltanto che a quella piccola bambina accolta per prima nello Spedale degli Innocenti a Firenze il 5 Febbraio 1445 fu dato il nome di Agata Smeralda. E nel nome dell’accoglienza, della difesa dell'infanzia abbandonata, cinquecento anni dopo, ecco il Progetto Agata Smeralda, a servizio dei più poveri.
Cosa vi siete proposti con questa iniziativa?
Mi sembra che le parole del “manifesto” del Progetto rispondano con precisione a questa domanda: “... i bambini devono vivere e crescere liberi nella loro terra per essere domani i protagonisti della vita del loro paese”. Concretamente questa frase si traduce nel garantire quotidianamente a migliaia di creature, che altrimenti vivrebbero in condizioni disumane, un vitto sano, la possibilità di accedere all'istruzione scolastica, assistenza sanitaria ed un accompagnamento per una crescita globale. Tutto questo si realizza grazie alla presenza di missionari e missionarie (laici e religiosi), provenienti dall'Italia e da vari paesi del mondo, che ogni giorno si prendono cura dei bambini negli ormai 60 centri di accoglienza. Abbiamo inoltre realizzato tre case famiglia per ragazzine “tolte dal marciapiede”, un presidio sanitario presso il “Centro do Menor”, nella favela di Mata Escura, luoghi di avviamento al lavoro per i ragazzi più grandi. Agata Smeralda è infatti oggi una presenza capillare nelle favelas di Salvador e Bahia che opera in nome della dignità della persona umana.
Oggi sono molte le iniziative di "adozione a distanza", in che cosa questo progetto si differenzia dagli altri?
Tutte le iniziative nate per aiutare i poveri meritano ammirazione e appoggio. Da parte nostra non ci limitiamo a dare una foto e qualche informazione sul bambino, ma ci preoccupiamo piuttosto di far sì che chi aderisce si apra alla mondialità, ricordandosi di tanti altri bambini che a Salvador, così come in altre parti del mondo, soffrono per le misere condizioni di vita. Il rapporto che viene così instaurato non vuole cambiare solo la vita di chi riceve, ma anche di chi dà, con la consapevolezza che quello che si dona (31 euro mensili) è molto meno di quello che si riceve. Il nostro Progetto si caratterizza inoltre per la stretta collaborazione con la Diocesi, il Tribunale dei Minori, con la Pastorale del Minore e con l’Università di Salvador - Bahia. Intendiamo così inserirci concretamente nella realtà brasiliana. Ad esempio, gli studenti di Scienza dell'Educazione svolgono un periodo di tirocinio presso i centri di accoglienza, perché reputiamo fondamentale che gli aiuti non giungano unicamente dall'esterno, ma che anche i giovani brasiliani si impegnino attivamente in favore dei bambini di strada. Solo così potremo effettivamente cambiare qualcosa.
Quali sono state le difficoltà più rilevanti incontrate finora, in questi cinque anni di cammino? E quali le soddisfazioni?
Non è stato sempre facile fare comprendere alla gente che non si tratta di carità “penosa”, ovvero un modo per metterci l’animo in pace davanti a problemi che sono enormi. Il Progetto Agata Smeralda vuole invece essere un modo per vivere con maggiore coerenza il Vangelo di Gesù, che proprio in queste creature si è voluto identificare. La mia più grande soddisfazione è quella di sapere che migliaia di bambini, con l’aiuto della Provvidenza di Dio, sono stati tolti dalla strada, da situazioni drammatiche e possono ora guardare al futuro con speranza. Ogni volta che mi reco a Salvador è il loro sorriso la mia più grande soddisfazione e mi ripaga anche di ogni fatica.
Talvolta c'è sfiducia e sospetto nei confronti dei progetti di adozione a distanza: cosa risponderebbe a uno scettico, che mette in dubbio il corretto utilizzo dei fondi destinati ai popoli in via di sviluppo?
“Venite e vedete” è l’invito che rivolgo ogni anno a tutti coloro che si vogliono rendere conto con i propri occhi del lavoro estremamente concreto e senza risparmio di energie che viene portato avanti. Desideriamo mostrare che in quell'oceano di miseria, con l'aiuto degli “adottanti” italiani, giungono davvero gocce di speranza di concreta. Succede così che, avendo visto, perfino le persone che erano più scettiche non possono fare a meno di rimboccarsi le maniche e di lavorare con noi. È questa la nostra forza.
