Esperienza: A Salvador, con il desiderio di rendermi utile

Chi scrive è un ragazzo che ha ormai 27 anni e che nella primavera del 2003 ha deciso di lasciare un lavoro ed una strada sicura per recarsi in Brasil, a lavorare in una favela di Salvador di Bahia.

Stanco e triste della professione che da tre anni avevo incominciato, cercavo la possibilità di rendermi utile per gli altri e mettere a loro disposizione la mia istruzione ed il mio sapere. Tuttavia la scarsa conoscenza della lingua, delle persone che cercavo di aiutare nonché la mancanza di un’idea su come poterle aiutare, rendevano l'impresa di difficile realizzazione. Atterrato a Salvador dopo un lungo viaggio fui accolto nella favela di Mata Escura (selva oscura) da tre suore (Claudia, Adele e Raffaella) che mi hanno subito trasmesso un amore ed un affetto tali da farmi sentire a casa senza farmi rimpiangere neppure un momento quell'Italia appena lasciata dietro le spalle.

Con suor Claudia ho subito instaurato un rapporto molto speciale. Claudia vive a Mata Escura ormai da sette anni, giunta qui su richiesta di Mauro Barsi, Presidente dell'Associazione fiorentina Agata Smeralda. Questa Associazione, grazie alle adozioni a distanza, è riuscita a ridare speranza e dignità a tutti quei bambini costretti a vivere in strada, senza ricevere quell'istruzione che è ormai considerata dal mondo intero come un diritto fondamentale ed irrinunciabile della persona umana. L'Associazione brasiliana Acopamec (l'Associazione parrocchiale delle comunità di Mata Escura e Calabetao), che con le suore ed Agata Smeralda collabora per il miglioramento delle condizioni di vita nella favela, ha costruito una scuola che, oltre ad insegnare le materie tradizionali, organizza diversi corsi pratici (da quello di parrucchiere a quello di mosaico, da quello di video a quello di sartoria) allo scopo di fornire ai ragazzi quegli strumenti in grado di introdurli più facilmente nel mondo del lavoro.

E' molto difficile che il Brasile non abbia un forte impatto su una persona, che la lasci impassibile. E non è solo per le enormi contraddizioni che tutti (chi perché c'è stato, chi perchè l'ha letto) conosciamo. I colori, gli odori, la passione della gente sono le prime cose che ti catturano. Nonostante la forte povertà e la fame, c'è un innato, primitivo amore per la vita. Il sorriso di un bambino o l'inatteso passo di samba di una donna alla fermata di un autobus sono piccole emozioni che ti ricordano la semplicità della vita.

Ero lì comunque non per girare in lungo ed in largo con un grande zaino sulle spalle, ma per cercare di introdurmi in una realtà ai miei occhi estremamente affascinante e ricca di entusiasmo. Ma come fare? Il mio obiettivo era quello di farmi assegnare una classe, ma per insegnare che cosa? e soprattutto in quale lingua? Masticavo qualche parola di spagnolo e conoscevo alcune canzoni di capoeira (una miscela di lotta e danza molto diffusa in tutto il paese), ho studiato legge e lavorato in studi legali. Non potevo certo insegnare l'inadempimento di un contratto o le sue cause di invalidità. Dovevo pazientare un po' di tempo. Così le prime settimane ho lavorato per una piccola impresa, collegata alla scuola, che ricicla cartone, plastica, legna e produce carta. Andavo in giro per le strade di Salvador su un furgoncino a cielo aperto con due ragazzi brasiliani poco più giovani di me e Paolo, il capo, a cui voglio molto bene ma a cui ho sempre rimproverato la scusa dell'ernia al disco per non svolgere i lavori più pesanti. A lui piace dirigere ed organizzare.

Claudia intanto mi procurava piccoli e delicati compiti, come ad esempio aiutare due ragazzi ad ottenere il certificato di nascita per il loro piccolo. Il problema era che loro stessi non erano in possesso del documento d'indentità necessario per il successo dell'operazione burocratica. Non starò qui a soffermarmi sulla burocrazia brasiliana, lasciandola alla vostra immaginazione. Mi recavo inoltre diverse volte all'ospedale San Raffaele di Salvador per eseguire delle commissioni per la mia suora e per sfruttare i contatti che avevo avuto con questo ospedale a Milano, grazie al mio lavoro. Uno degli obiettivi delle tre suore di Salvador è infatti la creazione di una sorta di "corridoio speciale" tra l'ospedale e la favela per la cura, se possibile gratuita, dei casi più gravi.

Una volta sbloccatomi con la lingua ed acquisito un livello decente di portoghese ho chiesto alla scuola se potevano darmi una classe di adolescenti per insegnare loro geografia politica internazionale. La suora, alla mia richiesta, ha reagito con uno sguardo misto di stupore ed incredulità. In favela i giornali servono a ben altre cose, sicuramente non per essere letti. Inoltre non esiste un’edicola.

L'idea fu questa: insegnare ma soprattutto informare questi ragazzi sulle vicende internazionali, stimolarli alla comprensione di concetti fondamentali che molti di noi danno per scontati. Così ho comprato una grande cartina del mondo e tutti i giorni andavo in centro a prendere il più importante quotidiano brasiliano "Fohla de Sao Paolo", che contiene un'ampia sezione sulla politica estera. Fotocopiavo gli articoli più importanti, o quelli che potevano maggiormente catturare l'interesse dei miei giovani alunni e sottolineavo delle parole chiave. In questo modo, con l'aiuto del giornale e della mappa geografica, mi proponevo di far capire loro che il mondo non era solo la favela. Che le cose buone e cattive sono ovunque, quanto devastante può essere una guerra, l'importanza della pace e della cooperazione internazionale. Che cos'è l'Onu ed i motivi per cui fu costituita. Mischiavo insomma la storia, la geografia e gli avvenimenti che giorno dopo giorno uscivano sui giornali, in modo da fornire loro una visione più ampia delle cose ed un orizzonte che superasse la linea della Baia di Salvador. La reazione della classe fu piuttosto eterogenea. C'era che si addormentava, chi si metteva a disegnare, chi si rintanava in un angolino della stanza a giocare a palline. Ma c'era anche chi si appassionava, chi si teneva per sè l'articolo, chiedeva spiegazioni, faceva collegamenti tra un articolo letto qualche giorno prima e quello che insieme stavamo leggendo. Insomma, col passare delle settimane, la cosa cresceva, i ragazzi miglioravano nella lettura ed incominciavano a riflettere su alcune importanti problematiche.

La classe era principalmente formata da ragazze tra i 13 e 17 anni che vivevano dentro la scuola perché ormai non avevano più una famiglia. Alcune avevano infatti subìto delle violenze da parte dei genitori, altre erano figlie di delinquenti finiti in prigione. La cosa che più di tutte mi è apparsa chiara è la passione che riescono ad avere questi ragazzi quando una cosa riesce a stimolarli. Possono buttarcisi a capofitto senza dover pensare a cosa fare per le vacanze o il fine settimana.

Oltre alla scuola di Mata Escura ho potuto vedere la realizzazione di un progetto di Agata Smeralda andando a visitare nell'interno della Bahia, a 400 Km da Salvador, un'altra scuola, questa volta però costruita in mezzo al niente, in un piccolo villaggio che si chiama San Luz. Siamo stati accolti da un centinaio di bambini ed è stato molto commovente quando mi hanno raccontato che solo pochi anni prima lì di una scuola non vi era neanche l'ombra, e che alcuni di quegli stessi bambini passavano le giornate a spaccare pietra per pochi real (la moneta brasiliana).

 E' inutile dire quanto è stato per me stimolante e quanto grato sono a tutte quelle persone che mi hanno dato la possibilità di vivere questa meravigliosa esperienza che spero di ripetere al più presto, sviluppando ed approfondendo un lavoro appena iniziato.

Federico Chiodi
Milano