Testimonianze: incontro con Suor Rita Saccol

Testimonianze: incontro con Suor Rita Saccol

Aprile 2005 - “Ben arrivata! Le dispiace se parliamo in portoghese? L’italiano, ormai, faccio fatica a ricordarlo.”

Mi accoglie così, sulla porta dell’Istituto Daniel Comboni, suor Rita Saccol, trevigiana. Delle sue origini venete resta però solo il cognome, e gli occhi chiari che vivaci mi guardano.

Dopo 45 anni di Brasile, è decisamente molto più brasiliana che italiana. Tanti anni di cammino, a fianco dei più poveri, negli stati di Rondonia, Spirito Santo e San Paolo.

Continuiamo la conversazione in portoghese, entrando nella scuola da lei fondata tre anni fa in Rua Bela Vista, nel quartiere di Alto do Coqueirinho, a Salvador-Bahia. Il nome, poetico, del borgo, lascerebbe pensare ad un posto esotico: tradotto sarebbe infatti “La parte più alta di una piccola piantagione di palme da cocco”.

Di romantico, in realtà, c’è solo il nome. Un quartiere periferico, carente, ad appena un paio di chilometri dal mare, dai bellissimi arenili di Itapõa, le spiagge più frequentate della città di Salvador. Il mare, però, da Alto do Coqueirinho non si vede neppure. Al centro del quartiere, una minuscola piazza con qualche piccola bottega e la fine della linea degli autobus che collegano con il centro città, distante una trentina di chilometri.

L’Istituto Daniel Comboni: entità di educazione, formazione, animazione e sensibilizzazione.

La scuola è luminosa, sulle pareti bianche un volontario ungherese ha dipinto fiori, frutta, disegni che sembrano quadri. Ho appena varcato il cancello d’ingresso, ma già sembra un altro mondo. Fuori, la polvere della strada e il sole rovente; all’interno, tutto lindo, tranquillo, ordinato. Il ritratto di San Daniele Comboni domina la parete del luminoso ingresso, e con il suo viso serafico sembra accogliere i visitatori in quest’oasi di pace.

Suor Rita mi mostra la scuola, che ospita ogni giorno una quarantina di adolescenti, suddivisi in tre classi. Quattro ore di lezione, la mattina; a volte, il sabato, dei seminari su temi specifici. Oggi, le classi riunite stanno assistendo alla prima di una serie di conferenze sul tema della sessualità. L’istituto viene frequentato in prevalenza da giovani del quartiere, selezionati in base alle capacità individuali e alle condizioni della famiglia. Quasi tutti, la sera, frequentano la scuola pubblica. “Si è reso necessario avviare questa scuola per cercare di fronteggiare uno dei problemi più scottanti del Brasile, l’assoluta latitanza dello stato in materia di educazione. Nel quartiere esiste un’unica scuola pubblica, totalmente insufficiente. Inoltre va solo fino all’ottava serie (la nostra terza media). Dopo, chi vuole continuare gli studi deve per forza cambiare quartiere. Il che significa avere i soldi per prendere l’autobus, per pagarsi i libri e la merenda. Noi abbiamo deciso di offrire una scuola di qualità aperta a tutti. Al momento dell’iscrizione non chiediamo a quale religione appartengono; è obbligatorio però che affrontino un test di cultura generale. A chi supera la selezione, chiediamo solo un contributo di 10 reais (ca. 3 euro) al mese, perché non si abituino a ricevere tutto gratis, non sarebbe educativo. Ma spesso i ragazzi non riescono a pagare neppure questi. Provengono da famiglie bisognose, se portassero quei 10 reais probabilmente li dovrebbero togliere dal mangiare quotidiano. Molti arrivano a scuola a digiuno, ma come farebbero ad apprendere se rimanessero a digiuno per tutto il tempo? Qui perlomeno trovano uno spuntino ad attenderli, nel momento di pausa tra una lezione ed un’altra.”

Le classi sono di 12-15 alunni, i professori sono qualificati, le materie quelle ritenute maggiormente utili a facilitare il loro futuro ingresso nel mondo del lavoro: portoghese, contabilità, inglese, matematica, informatica, educazione al lavoro, salute, formazione ed orientamento umano. “Integriamo le lezioni teoriche con uscite didattiche in città, come visite ai musei, camminate storiche, partecipazione a momenti della vita cittadina” sottolinea suor Rita. “La cosa che ci rende felici è che il 50% degli alunni che hanno frequentato questa scuola l’anno scorso sono già inseriti nel mondo del lavoro, come apprendisti, in grandi aziende cittadine. Il nostro obiettivo è che questi giovani possano divenire economicamente indipendenti per poter poi aiutare anche le proprie famiglie. L’analfabetismo è molto diffuso. In favela non esistono le edicole, non si vendono i giornali. Ma, anche se esistessero, i poveri che non sono analfabeti non avrebbero comunque la possibilità di comperare neppure un giornale.” Suor Rita continua ricordando che l’articolo 4° dello Statuto e dell’Adolescente è spesso purtroppo inapplicato. Indicherebbe come “dovere della famiglia, della Comunità, della società in genere e del servizio pubblico assicurare, con priorità assoluta, l’attuazione dei diritti riferentisi alla vita, alla salute, all’alimentazione, all’educazione, allo sport, allo svago, alla professionalizzazione, alla cultura, alla dignità, al rispetto, alla libertà e alla convivenza familiare e comunitaria”: Una legge all’avanguardia, ma che purtroppo nella pratica trova pochi riscontri. In realtà i giovani hanno scarsissime opportunità e per questo sono spesso vittime della droga, della marginalizzazione, della prostituzione e dello sfruttamento di manodopera. “Abbiamo sentito la necessità di realizzare un Progetto, basato sulla pedagogia di Gesù e sulla fede, che mirasse alla professionalizzazione e pertanto alla trasformazione della realtà di molti giovani, che altrimenti resterebbero nell’ombra, senza voce e senza futuro” chiarisce suor Rita. “Il nostro intervento educativo si basa sulla filosofia di Paulo Freire, uno dei più noti pedagoghi brasiliani, che afferma che prima di tutto bisogna affrontare la realtà e, partendo da questa, avviare nei giovani un processo di coscientizzazione, affinché dentro di loro maturino le condizioni necessarie per il pieno esercizio della cittadinanza e della professione. Spesso i poveri conoscono perfettamente i loro doveri, ma ignorano del tutto i loro diritti.”

Baixa do Tubo – La realtà che non si poteva ignorare

Chiedo a Suor Rita di fare idealmente un salto indietro, per raccontarmi l’inizio del suo lavoro a Salvador.

“Siamo arrivate, io e altre due consorelle Comboniane, una brasiliana ed un’africana, nell’ottobre del 2001. Abbiamo cominciato visitando sette parrocchie. Dopo aver concluso queste visite, il Vescovo ausiliare di Salvador, unitamente con la Conferenza dei Religiosi del Brasile, ci indicò la zona di Alto di Coqueirinho come uno dei quartieri che in quel momento necessitavano maggiormente di assistenza e di evangelizzazione. La nostra attività per quasi un anno è stata quella di visita alle famiglie, casa per casa. Rimanemmo impressionate per la mancanza di strutture sociali di base, di fognature, per la gravità del tasso di disoccupazione, la prostituzione, la violenza dilagante. Usando un’espressione di qui potrei dire che: “Não sabia como me virar” (“Non sapevo da che parte cominciare”). Ci rendemmo conto presto che uno dei problemi da affrontare con urgenza era quello della denutrizione dei bambini e delle difficoltà nelle quali si trovavano le madri, che dovevano lavorare per sostentare la famiglia e spesso non sapevano a chi lasciare i numerosi figli. In questo ci aiutò la Pastorale del Bambino, che cominciò a seguire 150 creature. Le condizioni delle loro abitazioni era molto precarie: molte case erano senza bagno né cucina, e quando pioveva le mamme non erano neppure in grado di cucinare qualcosa per i loro figli.”

La zona del quartiere in cui vive la maggior parte di queste famiglie è detta “Baixa do Tubo”. È la parte bassa del crinale, dove vivono migliaia di persone, non si sa bene quante perché non è mai stato fatto un censimento. Si chiama “Baixa do Tubo” perché le abitazioni si trovano tutte allineate sotto un grande tubo, in riva ad un fiumiciattolo che è in realtà la fogna a cielo aperto. Quando piove, il livello del fiume sale e le piccole case si allagano. “Non sarebbe stato nei nostri piani costruire una scuola materna, ma non potevamo non accogliere le necessità di queste mamme, era la realtà stessa a spingerci a farlo: i bambini di “Baixa do Tubo” non potevano stare da soli, in casa o in strada.” rammenta suor Rita. Si ferma un attimo, e aggiunge: “Un giorno, durante una visita ad una delle famiglie che avevamo cominciato a seguire più da vicino, rimasi malissimo nel vedere il piccolo João, che allora aveva due anni, che stava mangiando la terra. Era l’ottavo di nove figli e aveva dei grossi problemi: non riusciva a stare in piedi da solo: le sue gambe erano atrofizzate, rachitiche. Non parlava né sapeva mangiare da solo. Era stato praticamente “dimenticato”, la mamma l’aveva trascurato perché subito dopo di lui era nata una sorellina. Cosi rimaneva sempre seduto, nessuno si curava di lui. Il padre lavorava tutto il giorno vendendo verdura e la mamma non riusciva ad occuparsi di tutte le sue creature: la bimba più grande aveva allora solo dodici anni. Questa fu la “molla” decisiva che mi convinse che i bambini di “Baixa do Tubo” non potevano essere abbandonati: bisognava assolutamente costruire un luogo dove potessero essere accolti, sfamati e seguiti”.

Con l’aiuto della Provvidenza, il 12 ottobre 2002, festa nazionale - in Brasile - in onore dei bambini, le porte della scuola materna si aprirono per ricevere i primi 40 bambini, di età compresa tra i 2 e i 6 anni. Per far funzionare la struttura si mobilitarono tutte le comunità della Parrocchia Sacra Famiglia di Nova Brasilia: ognuno donò ciò che poteva. Ancora oggi, pane e latte vengono forniti da commercianti della zona e molti altri sostengono l’asilo come possono.

L’incontro con il Progetto Agata Smeralda

Suor Rita continua il suo racconto, rivivendo le difficoltà di quel periodo: “La prima creche (scuola materna) era piccola, buia, con un soffitto molto basso che permetteva a mala pena di respirare. Il pavimento era in condizioni pessime, i bambini spesso sedevano sulla terra battuta. Non c’era cemento, non c’erano bagni, pioveva dal tetto. Poi, nell’agosto del 2003, ricevemmo la visita del Prof. Mauro, che fu accompagnato qui da un confratello comboniano. Vista la situazione, decise immediatamente di aiutarci. Così, con l’appoggio fondamentale del Progetto Agata Smeralda, la scuola venne riformata, apportando fin da subito delle modifiche sostanziali alla struttura, le cui fondamenta erano praticamente nell’acqua. Decidemmo di dedicare la creche alla memoria di Padre Ezechiele Ramin, un giovane comboniano – originario della città di Padova – che entrambi conoscevamo bene e che venne assassinato il 24 luglio 1985 nello stato di Rondônia, all’interno del Brasile, per aver difeso la causa dei senza-terra”.

“E il piccolo João?” chiedo a suor Rita. Mi risponde con un sorriso che già dice tutto: “João ha 4 anni ed è un bambino estroverso, vivace, chiacchierone. Accogliendolo a scuola, potemmo assistere ad un vero miracolo: dopo appena una settimana aveva già cominciato a camminare e ad alimentarsi da solo. La sua ripresa è avvenuta con tempi eccezionali e questa vera e propria rinascita ci ha portato una gioia immensa. Con i contributi del Progetto Agata siamo inoltre riusciti ad ampliare e ristrutturare la sua casa ed ora la famiglia vive in condizioni più dignitose.”

Attualmente sono 50 i bambini che frequentano l’asilo, di cui 40 adottati a distanza dai padrini italiani del Progetto Agata Smeralda. Oltre all’attività con i piccoli, parallelamente, in un altro locale della scuola materna, sempre grazie al Progetto si svolgono lezioni di “reforço escolar” (doposcuola) per una trentina di ragazzi dagli 8 ai 14 anni (un turno la mattina e uno il pomeriggio) La scuola dell’obbligo comincia a 7 anni ma lo Stato prevede che il bambino fin dall’inizio sappia già leggere e scrivere. Ma le scuole materne pubbliche non esistono, ci sono solo quelle private. Il diritto all’istruzione resta ancora un diritto per pochi, nel Brasile di oggi.

Ilaria Menini - Verona