Una storia scritta a lapis

Una storia scritta a lapis

"Il vostro cuore conosce in silenzio i segreti dei giorni e delle notti. Ma l'orecchio e' assetato dell'eco di quello che sa il vostro cuore. Vorreste esprimere ciò che avete sempre pensato..... la sorgente chiusa nell'anima vostra dovrà scaturire un giorno e mormorare verso il mare" (Tagore)

Queste parole esprimono qualcosa di quello che ho dentro; questa volta vorrei comunicarvi, infatti, più di semplici o toccanti storie di bimbi o di uomini o donne feriti che a loro volta hanno ferito il mio cuore, vorrei che emergesse dal profondo del mio essere e della mia piccola esperienza in questa terra indiana, quello che davvero ne costituisce il segreto, la preziosità, l'unicità, la bellezza...
Vorrei dirvi cioè anche le mie fatiche, le delusioni, i fallimenti, perché sono questi che alla fine danno spessore alla gioia, ai gesti, alla preghiera.
Per fare questo vi racconterò ancora una volta una storia che mi ha realmente fatto gustare l'amaro sapore della debolezza e della sconfitta, storia che ho consegnato, assieme a tante altre, nella sua durezza, alle mani dell'unico Signore e Redentore della nostra vita.
E' la storia di Balani, bimbo di quattro anni che pesava solo tre chili e che una donna (sua madre?) teneva sulle ginocchia agli angoli delle strade per ricevere un po' d'elemosina.
Quando mi sono chinata su di lui la prima volta sono rimasta sconvolta. Aveva il viso di un vecchio, la pelle avvizzita e rugosa, la dentatura completa e il corpo magro e rachitico di un
neonato.
La donna non parlava il malayalam perché veniva dall'Andra Pradesh, un altro stato dell'India. Ho cercato un traduttore fermando la gente per strada, alla fine qualcuno mi ha indicato un impiegato della Banca e quest'uomo ha avuto la cortesia di seguirmi sul marciapiede e con una certa severità ha convinto la donna a seguirmi all'ospedale più vicino. Qui mi sono avvalsa dell'aiuto prezioso di uno dei volontari che lavora per i bambini di strada.
Abbiamo cercato di ottenere un appuntamento con il pediatra, ma quando il dottore si è trovato di fronte a questo caso ha declinato ogni responsabilità rifiutandosi di prendere in cura il bimbo. E' iniziata allora un'affannosa corsa alla ricerca di un altro posto per la mamma e il bimbo. La mamma era in gran tensione e continuava a ripeterci che entro le 18.00 doveva trovarsi sulla stessa strada dove l'avevo incontrata perché degli uomini sarebbero venuti a ricercarla. Questo è stato il primo spiraglio che ci ha fatto intuire il dramma di questa donna: una sorta di mafia locale sfrutta donne sole, che vengono da altri stati dell'India, per farle elemosinare e riscuoterne poi forti tangenti.
Dopo un altro tentativo fallito alla fine un dottore di un altro ospedale ha accettato di ricoverare il bambino nel suo reparto, la mamma ci ha seguito stringendo il suo fagotto di cenci da un lato e il bimbo da un altro.
Abbiamo preferito pagare una stanza singola perché gli sguardi di tutti erano incollati sulla donna e su quel piccolo essere scheletrito. Sguardi inorriditi, sguardi di disprezzo, sguardi di pietà, sguardi di vergogna, sguardi di insulto, non mi sono mai sentita più a disagio in vita mia cercando di fare schermo con il mio corpo a quella donna che stava imboccando la sua creatura che faceva fatica ad
aprire la bocca e a deglutire. Poi il volto della donna si è improvvisamente indurito e ci ha sussurrato all'orecchio: "lo devo andare, se volete il bimbo datemi 10.000 rupie e ve lo lascio". Quest'espressione ci ha sconvolto e ci ha fatto mettere in dubbio che lei fosse davvero la madre del bimbo. Naturalmente ci siamo rifiutati di acconsentire e la donna se n'è andata lasciandoci il bimbo. Da quel momento è stato tutto un avvicendarsi al letto di Balagi. Io stavo con lui durante il giorno, e
altri due volontari lo accudivano di notte e di mattina.
Dopo un giorno la donna è tornata accompagnata da due uomini: due sconosciuti che si sono introdotti nella stanza d'ospedale cercando di portare via il bambino con la forza. Uno dei volontari, però nella confusione è riuscito a scivolare via dalla stanza e a telefonarmi a casa. Mi sono subita messa in contatto con un altro collaboratore che si è precipitato con la moto al cancello dell'ospedale informando la sorveglianza ospedaliera dell'accaduto, mentre l'altro volontario prendeva tempo con i due uomini discutendo con loro.
Il bimbo è stato riportato nella sua stanza e da quel momento la stanza è rimasta sotto la vigilanza del personale ospedaliero. Il pomeriggio se ero sola mi chiudevo dentro e aprivo solo dopo essermi accertata che si trattasse di qualcuno del nostro gruppo.
Ma il piccolo Balani non ce l'ha fatta. E' morto dopo una settimana, si è spento come un fiore, in silenzio, ignaro di essere diventato lui, così piccolo il centro di attenzione di tanti: gli sfruttatori che l'avevano portato sulla strada, la polizia, le associazioni per la protezione dell'infanzia, infermieri, volontari, giornalisti, curiosi e persone qualunque, tutti si erano risvegliati all'interesse di quell’esserino di tre chili.
Alla sua morte il caso è stato preso in mano dalla Polizia, la stanza mortuaria piantonata, poi l'ultimo affronto alla sua sorte disperata: tutti gli hanno negato un posto dove riposare nel sonno della morte... no per il cimitero cristiano perché il piccolo era indù, no alla cremazione induista perché il corpo sarebbe potuto un giorno essere soggetto alla riesumazione da parte della Polizia, no alla sepoltura in suolo del Governo perché il bimbo era morto in un ospedale privato. Ci sono volute sette ore e indicibili sforzi dei volontari, telefonate, colloqui, decine di carte da riempire perché un piccolo pezzo di terra fosse disposto ad accoglierlo nel suo buio grembo. E' morto con gli occhi aperti, il piccolo Balagi, occhi troppo grandi di bimbo in quel viso raggrinzito. Ce l'ho ancora di fronte, occhi che disarmano e mettono a disagio, che non fanno sentire a posto nessuna coscienza perché non assolvono nessuno. Chi, chi l'ha ucciso? Chi volutamente ha lasciato deperire quel
piccolo corpo, chi l'ha esposto sulla strada come merce da circo, chi voleva venderlo, chi si è voltato per non vederlo o l'ha guardato solo con curiosità e disgusto, chi....,chi, chi?
La storia di Balagi, come tante altre, sembrava scritta a lapis, è stato facile cancellarla di un tratto... Balagi è morto in silenzio, i pantaloncini troppo larghi per stargli fermi in vita e coprirne il corpo pelle e ossa, avvolto nella coperta che gli avevo comprata solo il giorno prima..... Perdonaci bimbo nostro, e non lasciare che ti dimentichiamo, non lasciare che l'oblio cada sulla tua breve storia di disperazione e di amore...

Sorella Fabiola - Ashwasa Dhawan - India