Un orfanotrofio sostenuto dal Progetto Agata Smeralda grazie anche agli amici di Locorotondo

Immagine Un orfanotrofio sostenuto dal Progetto Agata Smeralda grazie anche agli amici di Locorotondo

Congo, a fianco delle bambine

Quando, alcuni giorni fa, Suor Marie Jeanne Sebuhuzu, della Congregazione delle Figlie di Maria Regina degli Apostoli, fece visita alla sede del Progetto Agata Smeralda, per dare testimonianza di un’opera –un orfanotrofio e una scuola- sostenuta con le adozioni a distanza della nostra associazione in Congo, ancora in quel martoriato Paese africano l’incendio non era divampato. E ora, leggendo le sue parole, pensando ai nostri bambini, alle famiglie e a tutta la popolazione inerme, siamo ancor più con il fiato sospeso, davanti allo scorrere di cronache di guerra cariche di tragedia.
Nelle parole, pur serene, di Suor Marie Jeanne, un’eco dello stato di guerra non era mancato, quando aveva accennato che non era più possibile andare a coltivare i campi più lontani, “perché andarci significa che forse quello è l’ultimo giorno della tua vita, perché è molto facile essere uccisi”.
Ma aveva preferito raccontare, in positivo, le presenze di amore e di servizio operanti ormai da anni a Katana, 50 km dalla città di Bukavu nel sud della Repubblica Democratica del Congo, con l’orfanotrofio Alama Ya Kitumaini, gestito dalle Suore: “L’istituto fu fondato –spiega- per aiutare i bambini a studiare: venivano dai villaggi, si fermavano a dormire a casa delle suore, ma poi, col passare del tempo, abbiamo dovuto iniziare ad accogliere anche i numerosi bambini nati in ospedale, le cui madri erano morte di parto.
Adesso ospita 53 bambini, dall’età di due mesi fino ai 12 anni. La struttura è stata avviata nel 1953, e stiamo cercando di ampliarla, perché la casa era stata costruita per accogliere fino a 23 bambini, e ora ne ha più del doppio. Il bisogno maggiore ora consiste nella costruzione di un refettorio per questi bambini, ed anche nell’accrescere i servizi igienici”.
Qual è la giornata tipo nell’orfanotrofio di Katana? “La mattina i bambini si alzano, e i più grandicelli vanno a scuola, che è lì accanto, anch’essa gestita dalle suore, una scuola che ospita 630 bambini che vengono dai villaggi circostanti”. Anche se, sorride la suora, nelle classi “i banchi sono sciupatissimi, perché hanno ormai più di cinquant’anni”, la scuola per i bambini è una delle poche oasi della loro giornata. Per i bambini, anzi, per le bambine, perché quei 630 alunni sono tutte femmine. A poca distanza dallai scuola ce n’è un’altra, gestita dai Frati Servitori di Gesù, che invece è maschile, ed ospita quasi 500 ragazzini. “Noi ci prendiamo cura delle bambine –sottolinea Suor Marie Jeanne-, perché il nostro carisma specifico è quello di poter aiutare la donna a crescere, visto che nella mentalità africana la donna è costretta a rimanere a casa, a fare le faccende casalinghe, invece che andare a scuola a studiare. Il maschio nella società africana è fortemente privilegiato, e quindi noi cerchiamo di favorire l’ingresso a scuola delle ragazze”.
L’istituto femminile di Katana è uno strumento importante di emancipazione: “Dopo la scuola primaria abbiamo la possibilità di mandare le ragazze a un liceo femminile, anch’esso gestito da noi, e quindi riescono a diplomarsi ed alcune, poche, vanno anche all’università. Tante si inseriscono nell’attività medica: tante fanno le infermiere, alcune diventano insegnanti”.
Così, pur lentamente, la mentalità cambia. “Notiamo che tra le ragazze c’è maggior desiderio di venire a scuola. All’inizio erano scoraggiate, talvolta osteggiate dalle famiglie, ma adesso si comincia a comprendere l’importanza dello studio, che consente di trovare lavoro più facilmente, magari non con salari alti, ma comunque sufficienti per il sostentamento”.
Nelle città e nei villaggi del Congo la vita non è facile. “Le famiglie –spiega la suora- vivono ancora nelle capanne, i bambini vengono a scuola senza mangiare, e da tempo vorremmo realizzare una mensa a scuola, ma purtroppo non ci sono i mezzi per dare da mangiare a tutti. Nell’orfanotrofio, invece, -gestito da quattro suore- i bambini hanno vitto e alloggio, anche grazie all’aiuto che viene dal Progetto Agata Smeralda”.
Un altro grave problema è quello sanitario: “L’ospedale è piuttosto lontano, e per questo abbiamo creato nell’orfanotrofio un piccolo pronto soccorso, dotato di medicine, in modo da curare i bambini lì, prima di ricorrere all’ospedale”. E più in generale c’è una grave situazione di povertà, aumentata dallo stato di guerra: “La società si basa sull’agricoltura e la pesca, mentre il commercio c’è ma non è molto sviluppato. Molti sono i disoccupati, ma la povertà è frutto soprattutto dell’insicurezza: perché c’è la guerra e non si può andare a coltivare i campi più lontani perché, come dicevo, andarci significa che forse quello è l’ultimo giorno della tua vita, perché è molto facile essere uccisi. Così i campi coltivati non bastano per tutti, e sono aumentate le situazioni di fame. Tanti bambini manifestano segni di malnutrizione, cosa che in passato non era: cinque anni fa i bambini non erano malnutriti, ora sì, purtroppo”.
Da qualche anno accanto ai bambini dell’orfanotrofio di Katana c’è anche Agata Smeralda: “Il Progetto aiuta i bambini per lo studio, per il vitto, per le cure sanitarie: trentacinque bambini in questo momento sono adottati a distanza da Agata Smeralda”.
Speriamo che lo stato di guerra non giunga a soffocare in questi bambini la gioia del Natale. “Sì –dice Suor Marie Jeanne- la festa del Natale è vissuta con grande gioia: si balla, si canta, e poi soprattutto si condivide quello che abbiamo. E’ una grande festa dei bambini: i nostri orfani fanno i chierichetti nella Messa della Notte, poi si torna a casa, e facciamo gli auguri a tutti i nostri bambini, spiegando loro il senso del Natale. Lo sanno già, ma in quel giorno dedicano le loro preghiere in particolare alle persone che li aiutano. E per Natale arrivano persone dalla città che portano loro dei regali e fanno festa con loro”.
Anche per le suore, naturalmente, è una festa fondamentale: “Per me Natale è un momento in cui vivo la presenza di Gesù povero. E il povero che sta con me è il bambino che sto servendo e la popolazione intorno a me. Per questo il giorno di Natale facciamo una visita speciale nelle famiglie, portando un po’ di riso, un po’ di sale, facciamo una condivisione con la popolazione che abita vicino all’orfanotrofio. Siamo quattro comunità, ci dividiamo i compiti, e poi la sera ci ritroviamo tutti insieme per condividere le gioie degli incontri fatti, della giornata che abbiamo vissuto nei vari villaggi”.

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