AGATA SMERALDA: IL FILO CHE UNISCE FIRENZE ALLE PERIFERIE DEL MONDO!

Una festa che non celebra solo 35 anni di storia, ma 35 anni di mani che si intrecciano, di persone salvate, di speranze ricostruite.
Non è stata solo una festa. È stato un rendiconto di umanità. Trentacinque anni di storie, di mani che si intrecciano, di vite strappate alla rassegnazione e rimesse in cammino.
Nel Salone dei Cinquecento, in Palazzo Vecchio a Firenze, luogo simbolo della storia e delle grandi decisioni, si è celebrato il trentacinquesimo anniversario del Progetto Agata Smeralda e del gemellaggio tra Firenze e Salvador Bahia. Due ricorrenze che, insieme, raccontano una storia che non si è fermata ai confini di una città, ma ha attraversato oceani, culture, lingue, povertà e speranze. Una storia che non nasce per essere celebrata, ma per essere continuata.
Ad aprire la serata è il Prof. Mauro Barsi, anima e motore del Progetto. Le sue parole non hanno il tono di chi rivendica un traguardo, ma di chi richiama a una responsabilità. Trentacinque anni non sono un punto di arrivo, ma un impegno che continua. Non c’è autocelebrazione, ma consapevolezza: il Progetto Agata Smeralda non vive di applausi, vive di fedeltà quotidiana. In questo incipit c’è già il cuore di tutto: non guardare indietro per compiacersi, ma avanti per non fermarsi.
La parola, poi, è passata alla sindaca di Firenze, Sara Funaro, che restituisce il senso profondo di una città che si riconosce come “finestra sul mondo”. Firenze, ricorda, non è solo culla di bellezza e cultura, ma anche luogo da cui possono partire gesti concreti di vicinanza verso le ferite del pianeta. Il gemellaggio con Salvador Bahia, voluto fin dalla nascita dell’Associazione, non è stato un atto simbolico, ma un patto di fraternità reale. La sindaca ha richiamato il sogno luminoso del Cardinale Dom Lucas Moreira Neves e la passione instancabile di Mauro Barsi: un sogno che non si è mai accontentato della solidarietà occasionale, ma ha sempre cercato di costruire futuro. Nel suo intervento non ci sono solo numeri o risultati, ma una parola chiave: dignità. Perché Agata Smeralda non offre solo cibo e cure, ma istruzione, protezione, possibilità. Offre a chi non ha nulla la possibilità di diventare pienamente persona. E in questo orizzonte Firenze non è solo città che aiuta, ma città che si riconosce negli ultimi del mondo.
Segue un momento di forte valore simbolico: il Dott. Paolo Utari legge la motivazione del premio “Prima di tutto la Vita”, conferito alla memoria del Prof. Mario Primicerio. Non è un riconoscimento formale, ma la restituzione di un’idea di politica e di impegno civile che mette l’essere umano al centro. Primicerio, amico e collaboratore di Giorgio La Pira, viene ricordato come uomo capace di tenere insieme rigore e umanità, scienza e coscienza, fede e responsabilità pubblica. Mettere “prima di tutto la vita” non è uno slogan: è una scelta quotidiana. A ricevere il premio è la Prof.ssa Angela Selvaggi Primicerio, che ringrazia con parole semplici e commosse, testimoniando una continuità che non si spegne, ma si trasmette.
L’Arcivescovo Emerito Giuseppe Betori, poi, ha sottolineato come il Progetto Agata Smeralda incarni due tratti profondi dell’identità fiorentina: la carità e l’apertura internazionale. Una carità che incontra la solidarietà umanistica e si traduce in un’azione concreta, capace di guardare lontano. Agata Smeralda, ricorda, non si limita ad aiutare: educa, perché una vita degna è una vita che può costruire futuro.
È a questo punto che la serata diventa un viaggio nel mondo, attraverso voci che raccontano cosa significhi essere presenti là dove il mondo spesso non arriva.
Mons. Giovanni Tonucci ha parlato della sua esperienza in Medio Oriente e in Terra Santa. Ha Raccontato un dolore che non ha bisogno di parole forti per essere compreso. Ricorda come una parola possa diventare conflitto, e come la realtà sia già abbastanza drammatica. Ma il suo intervento non è solo denuncia: è un invito a non voltarsi dall’altra parte, a tornare a visitare quei luoghi, a sostenere comunità che rischiano di scomparire. È una fede che non si ferma al lamento, ma si mette in cammino.
Il momento più intenso arriva, poi, con Mons. Rosario Vella, Vescovo di Moramanga, in Madagascar. Chiede al pubblico di alzarsi, per rispetto, ricalcando le abitudini malgasce. E inizia un racconto che scuote profondamente. Il Madagascar è tra i Paesi più poveri del mondo: scuole che non funzionano, ospedali inesistenti o malridotti, strade che non esistono. Ma è anche una terra in cui la Chiesa è “casa di tutti”, luogo di ascolto e di salvezza concreta.
Poi l’immagine che resta impressa: una ragazza di 25 anni trasportata su una barella improvvisata per 18 ore, per raggiungere l’ospedale più “vicino”. Un’immagine quasi insopportabile, che diventa appello. Da quella sofferenza nasce una decisione: costruire un ospedale. Non un monumento, ma una risposta a un’ingiustizia. È qui che si comprende davvero cosa sia Agata Smeralda: trasformare il dolore in progetto, la compassione in futuro.
Mons. Vella parla anche dei bambini albini, rifiutati e uccisi perché ritenuti portatori di sventura. Il Progetto li accoglie, li protegge, li ama. Accoglie chi il mondo scarta. Ed è forse questa la definizione più autentica di questa bellissima storia d’amore.
Le testimonianze continuano con Suor Adriana Tarraran, missionaria in Albania. Racconta un centro educativo nella periferia di Valona, dove bambini di ogni religione crescono insieme. Racconta la domanda di un ragazzo: “Perché sei qui?”. E la risposta: “Perché tu sei qui”. “Quindi siamo noi”, dice lui. In quella frase c’è tutto: l’aiuto che diventa relazione, la periferia che diventa centro.
Dalla Guinea, poi, arriva Suor Jeanne Pascal Guilavogui, con parole dure e necessarie: mamme che muoiono di parto, bambini orfani rifiutati, ragazze destinate al matrimonio forzato a dodici anni. La sua non è solo una denuncia, ma una richiesta urgente di futuro: letti, spazi, accoglienza. Perché la povertà non è solo mancanza di risorse, è mancanza di possibilità, soprattutto per le donne.
Il giornalista Francesco Storai, appena rientrato da Salvador Bahia, dove ha realizzato un documentario sul Progetto Agata Smeralda, racconta una realtà in cui l’infanzia spesso non esiste e la vita umana vale poco. Ma racconta anche che da 35 anni Agata Smeralda è lì. E che quella presenza cambia tutto: scuola, formazione, lavoro. Un’alternativa concreta alla violenza, al narcotraffico. A quella povertà che uccide silenziosamente.
A chiudere la serata è stato l’Arcivescovo di Firenze, Mons. Gherardo Gambelli, che richiama il tema della “diplomazia dal basso”. La serata stessa ne è un esempio: ascoltare, incontrare, lasciarsi interrogare. Racconta l’immagine di Uomini di Dio: “Il ramo siete voi, e gli uccellini siamo noi”. Quando l’amicizia è vera, anche lo straniero si sente a casa. La festa finisce, ma la domanda resta. In un mondo che invita a chiudersi, Agata Smeralda dimostra che il bene è possibile. Non perché sia facile, ma perché è reale.
La speranza non è un sentimento: è una scelta.
E la domanda finale non è retorica, ma personale: noi, oggi, cosa scegliamo di fare? Una domanda che resta dentro. Se la diplomazia dal basso è ciò di cui abbiamo bisogno per vivere la speranza, allora la domanda è: noi che cosa facciamo? In un mondo così menefreghista, in cui la tentazione è quella di chiudersi, isolarsi, di voltarsi dall’altra parte, la grande famiglia di Agata Smeralda, dimostra che il bene è possibile. Non perché sia facile, ma perché è reale. Perché si tratta di persone che si sono messe in cammino e non si sono fermate.
E se c’è una cosa che questa serata ha mostrato con chiarezza, è che la vita non è un problema da risolvere, ma un mistero da accompagnare. È la storia di una ragazza portata per 18 ore a spalla, che ha fatto nascere un ospedale. È la storia di un centro in Albania che non educa solo i bambini, ma anche chi lo vive. È la storia di una comunità in Guinea che non vuole lasciare le ragazze senza futuro. È la storia di una favela a Salvador Bahia in cui una scuola può significare la vita. È la storia di un progetto che non è “aiuto”, ma presenza. È la storia di uomini e donne che accarezzano cuori, indicando il cammino.
E allora l’appello finale è questo: non restiamo spettatori. Non basta applaudire. Non basta commuoversi. Se davvero vogliamo essere parte di questa storia, dobbiamo scegliere di continuare. Dobbiamo chiedere a noi stessi: cosa posso fare io, oggi, per essere un ramo su cui un altro possa sentirsi a casa?
Perché la speranza non è un sentimento: è una scelta. E il Progetto Agata Smeralda ci ricorda che, se si vuole, si può. Sempre.



